Chiunque possa definirsi umano piangerebbe alla vista di uno schiavo, riconoscendone la somiglianza con sé stesso ed essendo, perciò, capace di immedesimarsi e di condannare l’inaccetabile ingiustizia che si cela dietro il meccanismo della schiavitù. È l’empatia, la più importante caratteristica del genere umano; anche gli animali possono provarne, ma l’uomo “patisce” in un senso più intimo, più profondo: un uomo sarebbe capace di uccidersi per empatia; arriverebbe a odiare la vita, a causa della sofferenza di un altro, ormai divenuta la propria. La grande filosofia dell’antica Grecia conosceva tale meccanismo: il rapsodo di Platone era cosciente che, per suscitare la commozione del pubblico, sarebbe bastato piangere. L’inizio della “rivoluzione dell’empatia” arriva con Aristotele, il quale analizza la strana capacità dell’uomo di provare emozioni non solo a partire dai suoi simili, ma anche a partire dall’arte. Gli esseri umani sono capaci di riconoscere emozioni anche in ciò che, fisicamente, non è in grado di provarne, come una statua o una serie di note musicali. I meccanismi emotivi dell’arte sono stati argomento di studio di tutta la filosofia della storia, ma l’essere umano può spingersi oltre: egli è in grado di individuare emozioni anche nei simboli, negli oggetti privi di valore artistico. Un tempo erano i feticci, i talismani oppure dei semplici “souvenir” ma, con il passare del tempo, sono diventati oggetti di uso quotidiano. Il termine “empatia”, nato nell’ambito dell’arte, viene, dunque, riportato in campo psicoanalitico nei primi del ‘900, da scienziati come Lipps, Husserl o Kohut. Esso è stato definito come la competenza sociale che permette di riconoscere, comprendere e condividere emozioni, pensieri, stati d’animo e sentimenti altrui. Il meccanismo è potentissimo nell’uomo, tanto da poterlo condurre a provare empatia nei confronti di una macchina, un codice di programmazione, un’intelligenza artificiale, cioè una menzogna. L’opera dell’artista giapponese Takayuki Todo, intitolata “Dinamica di un cane al guinzaglio” ( dal titolo originale “鎖に繋 がれた犬のダイナミクス”), è un esempio di tale meccanismo. Todo ha creato due robot, ognuno con quattro “zampe” meccaniche, che consentono il movimento. Seppure siano privi di una testa o di una maschera estetica che possa sembrare una pelliccia, i due robot sono chiaramente un rimando a due cani che, come suggerisce il titolo dell’opera, sono legati, per mezzo di una lunga catena d’acciaio, a un palo. Il primo “cane” è stato posizionato vicino al palo, immobile, sdraiato. Il secondo, che suscita più interesse, è stato programmato per cercare di liberarsi dalla catena, correndo lontano dal palo, senza mai fermarsi e senza mai rassegnarsi. L’arte nasce proprio dal fatto che, questo secondo robot, non è stato dotato di una forza sufficiente per spezzare la catena. Il risultato, per come appare agli spettatori, è un’opera straziante, una prigionia inaccettabile. Molti si sono messi a piangere nel vedere la scena, altri hanno cercato di aiutare i “cani”, provando a spezzare le catene, prima che qualche addetto alla sicurezza del museo li fermasse. È inutile specificare che i due robot non sono altro che circuiti inanimati; il tentativo di fuga non è una volontà dell’oggetto, ma un semplice comando, dettato dalla programmazione. Il cervello umano, tuttavia, non riesce a mettere da parte l’empatia, anche quando si parla di oggetti, di fantasmi, di bugie. L’avvento dell’ A.I. (intelligenza artificiale) è un’enorme conquista della scienza, comportando un grande numero di vantaggi, in vari ambiti della conoscenza. Tuttavia, l’A.I. può anche amplificare il meccanismo dell’empatia per gli oggetti, poiché le creazioni meccaniche, con il progresso della tecnologia, possono diventare capaci di imitare le abitudini umane, il modo di parlare, il modo di ridere, il modo di piangere e il modo di amare. Cosa accadrà quando sarà impossibile distinguere un sentimento da un codice informatico? Cosa accadrà quando l’uomo non riuscirà più a riconoscere sé stesso dalla macchina? A quel punto, saranno le macchine ad aver acquisito un’anima, o gli esseri umani ad aver perso la propria?
Matteo Bartolomei V A / Liceo scientifico R. Casimiri / Gualdo Tadino (PG)