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La Mente nei Film

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LA MENTE NEI FILM
Oggi le neuroscienze sostengono che la mente sia una funzione del cervello. Non esiste pertanto alcuna separazione tra mente e cervello, poiché indicano la stessa cosa. Spesso si
sente parlare di “mente malata” o “psicopatologia”, sinonimi di malattia mentale.

L’OMS
definisce il disturbo mentale come “una sindrome caratterizzata da significativi problemi nel
pensiero, nella regolazione delle emozioni o nel comportamento di una persona, che riflettono una disfunzione dei processi psicologici, biologici o dello sviluppo che compongono
il funzionamento mentale. I disturbi mentali sono generalmente accompagnati da sofferenza
o difficoltà nelle abilità sociali, occupazionali e altre attività significative”.


Nel mondo del cinema le patologie mentali sono sempre state fonte d’ispirazione e soggetto
di film, come nel celebre capolavoro di Richard Kelly “Donnie Darko”. Si parla della storia di Donald, un ragazzo che non va d’accordo con la famiglia, gli insegnanti, i compagni di classe, tranne che con l’amica Gretchen. L’altro suo amico, però, non è così affidabile: è
Frank, un coniglio gigante che solo lui può vedere. Frank è frutto della schizofrenia paranoide di cui Donnie soffre, un disturbo mentale caratterizzato dalla manifestazione di
deliri (convinzioni erronee, non corrispondenti alla realtà, nonostante le evidenze contrarie)
ed allucinazioni.

In concreto, la persona che ne soffre perde completamente il contatto con la realtà (psicosi) e risulta irragionevolmente sospettosa o diffidente nei confronti degli altri, in un contesto di funzioni cognitive preservate o minimamente ridotte.
Nel film “Split” di M. Night Shyamalan viene invece raccontata la storia di Kevin, affetto da un disturbo di personalità multipla, che rapisce tre adolescenti. Le ragazze, per fuggire,
giocheranno sulla malattia comportandosi in maniera differente in base alla personalità che si troveranno davanti.

Ogni personalità di Kevin presenta delle caratteristiche uniche: Dennis è un uomo adulto con un disturbo ossessivo-compulsivo, Patricia è una donna adulta estremamente religiosa, Hedwig è un bambino di 9 anni, Barry è un ragazzo omosessuale
con la passione per la moda, ecc… La sua psichiatra riesce a rilevare nel suo corpo ben 24 personalità diverse per sesso, età, carattere, Q.I, tratti somatici e in alcuni casi nazionalità.
In “American Psycho” di Mary Harron il personaggio principale, Patrick Bateman, è presentato come un killer ricco e scostante, sospettato di avere un disturbo antisociale di
personalità e possibilmente un disturbo dissociativo dell’identità; viene sottolineata anche l’associazione tra violenza e malattia mentale.


Nella pellicola “Cigno nero” di Darren Aronofsky, la cui protagonista viene interpretata da Natalie Portman, ai più comuni disturbi dell’identità vengono associati anche quello
alimentare e delirante. Il personaggio vive infatti in una contraddizione perenne tra cigno bianco e cigno nero.
Benché non siano state trovate relazioni causali tra esposizione ai mezzi di comunicazione di massa e sviluppo dello stigma in ambito psichiatrico, vi sono delle evidenze secondo cui
ad un aumentato utilizzo dei mezzi di comunicazione si assocerebbe una maggiore intolleranza nei confronti di persone affette da disturbi psichiatrici.

È quindi ipotizzabile un ruolo da parte dei media nel contribuire allo sviluppo di atteggiamenti, stereotipi e comportamenti negativi nei confronti delle persone affette da disturbi psichiatrici. In particolare le immagini del cinema superano in peso il potere della parola stampata e esercitano una potente influenza, direttamente o indirettamente, sugli altri mezzi di comunicazione di massa.

È stata evidenziata, infatti, l’esigenza di elaborazione di una nuova
strategia, che porti la società a comprendere che una malattia mentale non è una patologia che riguarda solo alcuni che ne sono affetti sin dalla nascita. Disturbi di questo genere, temporanei o permanenti, possono insorgere in qualsiasi momento e possono arrivare a colpire chiunque; dato, quest’ultimo, che se venisse correttamente interpretato, potrebbe portare ad una maggiore empatia nei confronti dei malati.


Grazie a Freud ci siamo abituati a pensare che la distinzione tra normale e anormale, malato e sano, sia meno netta di quanto si possa pensare. Tra pensiero “normale” e pensiero disturbato vi è continuità, poiché nella persona globalmente sana di mente si possono riscontrare comportamenti nevrotici di tipo compulsivo, ossessivo, ansioso, che non sono indice di malattia, ma hanno piuttosto un significato di adattamento alla realtà non razionale
ma comunque efficace.


Non è sempre possibile distinguere chiaramente la malattia mentale dal comportamento “normale”. Ad esempio, distinguere una normale tristezza dalla depressione può risultare difficile in quei soggetti che hanno vissuto una perdita significativa, come la morte del
coniuge o di un figlio, perché entrambe le situazioni prevedono tristezza e umore depresso.


Analogamente, decidere se una diagnosi di disturbo d’ansia sia applicabile a soggetti che vivono preoccupazioni e tensioni sul lavoro è piuttosto difficile, poiché tali sentimenti sono comuni alla maggior parte delle persone. La linea di demarcazione tra determinati tratti della personalità (come l’essere ordinati o coscienziosi) e soffrire di un disturbo della personalità
(ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo) può essere poco netta.

Per tale motivo, la
malattia e la salute mentale devono essere considerate su una scala continua. Una linea divisoria viene solitamente basata sulla gravità dei sintomi, sulla loro durata, su quanto essi
incidono sulla capacità di funzionare nella vita quotidiana.

Marzi Caterina
IV B Scienze Umane – Liceo Sesto Properzio
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