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Il mondo delle Fake News

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E’ appena iniziato il 2020 e molti sono stati i temi che hanno invaso i nostri telegiornali. Prima dell’arrivo del corona virus, a riempire il web e i notiziari, c’era la situazione del continente australiano e degli imponenti incendi che si stavano verificando nelle foreste australiane. È stato discusso però anche il modo in cui certi giornali hanno affrontato l’argomento diffondendo nel web informazioni false.

Vorrei quindi citare un post fatto da Giorgio Vacchiano, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli studi di Milano, in cui egli ha spiegato le cause degli incendi, le conseguenze che questi provocano e quanto effettivamente l’effetto serra influisca veramente esponendo però anche i dati che vengono divulgati sul web .( i dati riportati risalgono a gennaio).
Da ottobre a oggi gli incendi hanno percorso circa 8 milioni di ettari ( circa i quattro quinti di tutte le foreste italiane) di territorio tra New South Wales, Victoria, Sud Australia e Queensland raddoppiando i danni causati dagli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati. Ad aggravare la situazione è la simultaneità dei fuochi su territori enormi, che di solito si alternano nell’essere soggetti a incendi.

Paradossalmente inoltre, dato che le stagioni in Australia sono spostate di sei mesi rispetto alle nostre, stanno per arrivare i mesi più caldi dell’anno (gennaio corrisponde all’inizio di luglio), perciò queste cifre saliranno ancora, potenzialmente fino a 15 milioni di ettari percorsi dal fuoco.
L’Australia è grande 769 milioni di ettari, quindi non possiamo dire che stia “bruciando un continente”. Inoltre, nelle savane del centro-nord bruciano in media 38 milioni di ettari di praterie (il 20 per cento del totale) ogni anno nella stagione secca.

L’ecosistema che ora è in fiamme è però completamente diverso: per quanto riguarda la vegetazione si tratta soprattutto di foreste di eucalipto e del bush, una savana semi arida con alberi bassi, fitti o sparsi, fatta soprattutto di erbe e arbusti e simile alla macchia mediterranea. Si tratta di una vegetazione che è nata per bruciare: il clima dell’Australia centrale è stato molto arido negli ultimi 100 milioni di anni (da quando l’Australia ha compiuto il suo viaggio dall’Antartide alla posizione che occupa attualmente), e gli incendi causati dai fulmini sono stati così frequenti da costringere le piante a evolversi per superarli nel migliore dei modi: lasciarsi bruciare! Il fuoco infatti, se da un lato distrugge la vegetazione esistente, dall’altro apre nuovi spazi perché le piante si possano riprodurre e rinnovare.
Molte specie del bush contengono oli e resine estremamente infiammabili, in modo da bruciare per bene e con fiamme molto intense all’arrivo del fuoco, ma i semi di queste specie sono quasi completamente non infiammabili, questo stratagemma è l’unico modo per “battere” la vegetazione concorrente e riprodursi con successo sfruttando le condizioni ambientali avverse a proprio vantaggio.

Tuttavia, questa volta le condizioni di siccità sono così estreme che sono in fiamme anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dal fuoco.
Anche gli animali conoscono il pericolo e molti sanno rispondere: la stima di mezzo miliardo di animali coinvolti (o addirittura un miliardo) rilanciata dai media è una stima grossolana e un po’ allarmista, che considera ad esempio anche gli uccelli. Gli animali più piccoli e meno mobili (non solo mammiferi ma anche anfibi e rettili) possono effettivamente non riuscire a fuggire, e questi habitat saranno radicalmente modificati per molti anni a venire molti animali non troveranno più condizioni idonee a cui erano abituati.

Altri, in compenso, ne troveranno addirittura di migliori. È un fenomeno noto in Australia quello per cui alcuni falchi sono in grado di trasportare rametti ardenti per propagare attivamente gli incendi su nuove aree, liberando così la visuale su nuovi territori di caccia.

Gli incendi creano sicuramente forti minacce anche per l’uomo: già 25 vittime per un totale di 800 morti dal 1967 a oggi, il fumo che rende l’aria pericolosa da respirare, proprietà e attività distrutte per miliardi di dollari di danni. In più, gli incendi creano erosione, aumentano il rischio idrogeologico e rischiano di rendere a loro volta ancora più grave la crisi climatica sia a livello globale, contribuendo all’aumento della CO2 atmosferica che locale, depositando i loro residui sui ghiacciai neozelandesi che, resi così più scuri, rischiano di fondersi con maggiore rapidità.

In Australia, circa la metà degli incendi è causata da fulmini, e metà dall’uomo per cause sia colpose che dolose. Sono considerati però i fulmini i colpevoli degli incendi di portata maggiore come anche dimostrato dallo studio di Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong (città australiana), un singolo incendio causato da fulmine percorre oltre 500.000 ettari di bush.
Stanno circolando notizie relative all’arresto di presunti incendiari, ma queste in parte si sono dimostrate false e divulgate per nascondere il problema del clima.

Cosa la fa propagare la fiamma una volta accesa?

Due fasi diverse e ben distinte.
Il 2019 è stato in Australia l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 a oggi, ed è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente. Un’ondata di calore terrestre e marino ha fatto registrare nel paese temperature record a dicembre (42°C di media nazionale, con punte di 49), mentre la siccità si protrae ormai da ben due anni. Quando l’aria è calda e secca, la vegetazione perde rapidamente acqua per evaporazione e si dissecca. Più la siccità è prolungata, più grandi sono le dimensioni delle parti vegetali che si seccano. Quando anche le parti più grandi (fusti e rami) perdono acqua, cosa che avviene molto raramente, gli incendi possono durare più a lungo proprio come in un caminetto: i “pezzi” piccoli sono quelli che fanno accendere il fuoco, e quelli grandi sono quelli che bruciano per più tempo.

Quello che diffonde le fiamme, invece, è il vento, che spinge l’aria calda generata dalla fiamma sulle piante vicine. Normalmente, gli incendi più vasti si verificano infatti in giornate molto ventose. Incendi molto grandi e intensi sono addirittura in grado di crearsi il vento da soli: l’aria calda sale così rapidamente da lasciare un “vuoto”: per riempirlo, accorre violentemente altra aria dalle zone circostanti. Il risultato è una firestorm, il “vento di fuoco”, con il quale l’incendio si auto-sostiene fino all’esaurimento del combustibile disponibile.

Per estinguere un incendio è necessario eliminare il combustibile. L’acqua e il ritardante lanciati dai mezzi aerei possono solo rallentare la combustione ma per eliminare il combustibile servono le squadre di terra. Incendi di chioma intensi come quelli che si stanno sviluppando in Australia possono generare fiamme alte decine metri e procedere a velocità superiori a dieci chilometri orari. Le squadre di terra non possono quindi operare in sicurezza.

Un giovane grafico di Brisbane, Anthony Hearsey, ha pubblicato un’immagine che sta facendo il giro di Internet. Un numero molto elevato dei miei contatti sui social network la sta condividendo in queste ore. Quasi tutti cliccano “share” molto velocemente, come facciamo tutti sempre, molto prima del necessario. I più curiosi poi verranno colti dal dubbio e aggiungeranno nei commenti una spiegazione di cosa quell’immagine effettivamente sia, la maggioranza di loro invece non ci penserà più e si dedicherà ad altro.

Il risultato concreto di una simile avventatezza da social network è che milioni di persone in tutto il mondo stanno osservando un’immagine pensando che si tratti di una foto satellitare notturna e in tempo reale degli incendi in Australia. Cosa che ovviamente non è. Come molti si affretteranno a spiegare, sempre nell’illusione consolante che serva davvero a qualcosa provare ad opporsi ai fenomeni virali in rete, quella foto non è una foto.
È, tecnicamente parlando, una visualizzazione tridimensionale, prodotta dal suo autore, aggiungerei con un sufficiente grado di leggerezza, utilizzando dati liberamente disponibili in rete. Ad un’immagine della Nasa dell’Oceania sono stati aggiunti, in un formato grafico accattivante e con vistose esagerazioni di rendering, i dati degli incendi occorsi da quelle parti nel periodo 5 dicembre 2019 – 5 gennaio 2020.

La foto di Hearsey, insomma, non è una foto. Praticamente nessuna delle informazioni che ci suggerisce ad una primissima analisi sono vere. L’immagine però, come sovente accade in questi casi, è costruita in maniera da sembrarlo, a partire dal colore utilizzato per indicare la località interessate dagli incendi. Sarebbe bastato cambiare colore per non indurre migliaia di persone in errore.

Quella foto è, inoltre, un piccolo rovello filosofico perché contiene dati veri ma suggerisce informazioni sbagliate e perché, nella migliore delle ipotesi, presume una cultura da parte dell’osservatore che quasi mai questi potrà avere ed è stata costruita appositamente per far leva su quella mancanza.
Si tratta di un punto di vista apparentemente incontestabile che abbiamo ascoltato molte volte, ma che faremmo invece bene a rigettare completamente. Il ruolo etico delle false informazioni esiste solo nella testa di quelli che, suggerendoci qualcosa all’orecchio, intenderanno decidere per noi cosa è vero e rilevante e cosa invece non lo è.

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