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Mnemosine, come muore la madre di ogni musa.

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Analisi del film di Florian Zeller: “The Father” con Anthony Hopkins.

“You’re going to be all right in a moment” [tradotto] “Tra un secondo starai bene”. E’ la frase che meglio descrive quella che è la demenza, il tema centrale dell’esordio alla regia di Zeller. Una frase che in un contesto normale, non avrebbe tutto questo significato. Perché sì, questa battuta in una sceneggiatura diversa da quella di “The Father” l’avremmo ignorata, dimenticata, cioè rimossa dalla nostra memoria. La memoria è il fulcro del film, nello specifico la memoria di Anthony (interpretato da un magistrale Anthony Hopkins), e il suo lento, ma inesorabile deterioramento. Anthony ci viene presentato come un uomo anziano, un padre come tanti altri; che come molti uomini, si rifiuta in vecchiaia di scendere a compromessi con quel tiranno senza alcun riguardo per quella che è la condizione umana: il tempo. Il film si apre con un’inquadratura ordinaria: una donna torna a casa dopo aver fatto la spesa per il padre anziano. Tutto ci appare normale, ordinario appunto, quasi familiare come i volti delle persone nella vita del protagonista, o la casa che a detta sua non lascerà mai, in quanto ci vive da anni.

Nonostante lo spettatore venga informato quasi immediatamente della condizione di Anthony, questa ci appare ancora come qualcosa di lontano, preannunciato solo dalla musica di Einaudi (“The father main theme”, a cui andrebbe dedicato un testo a parte). Iniziamo a toccare con mano la malattia del protagonista a partire da una scena specifica (immagine sotto), in cui egli, apparentemente solo a casa, sente un rumore.

Non sapendo come agire, prende una forchetta, va in salotto e trova un uomo; quest’uomo, che sembra essere sulla cinquantina (descritto così anche nella sceneggiatura) non presta particolare attenzione ad Anthony. Nonostante lo spettatore non abbia modo di sapere chi sia l’uomo, veniamo presto informati del fatto che egli vive nell’appartamento. Ad essere precisi l’uomo, visibilmente scioccato dalla reazione di Anthony, è il proprietario di quella casa. La stessa casa che Anthony non lascerà mai, in quanto ci vive da anni. Casa in cui, a quanto pare, è solo un ospite recente e non troppo gradito. Ciò che va evidenziato è che questa scena rappresenta l’inizio apparente del film, e da essa iniziamo ad immergerci nel mondo di Anthony. Un mondo in cui non c’è alcun passato o, se c’è, è frammentario e inattendibile: quello che sembra essere un passato altro non è che un presente mutevole a ogni cambio inquadratura: tagliato, rimescolato e rimontato, con un unico obiettivo: instillare dubbio.

Col proseguire della vicenda, lo spettatore rimane con un senso di déjà vù perenne, sconosciuto al protagonista, causato da piccoli e continui cambi di scenografia: un quadro spostato, un colore cambiato, una disposizione di mobili variabile. Nella sceneggiatura lo stesso set viene identificato con più nomi, in funzione di queste modifiche (accanto alla prossima immagine, note sul design tratte dalla sceneggiatura).

“A note on design: The majority of the film is to be made in the studio, on a set representing Anthony’s flat. As the film goes on, the appearance of the flat will evolve. This development is indicated in the script by numbers 1 to 5, thus: 1. Anthony’s flat. 2. Anne’s flat. etc. In every case, the space is identical. The décor is the only indication that we might be in a different place. The intended aim is to create uncertainty and the impression of being simultaneously in the same location and somewhere different – ultimately,a hospital.”

Siamo quindi spaesati, ma con il salvagente, in quanto (per ora) sappiamo cosa sta succedendo, Anthony no.

Ho definito la scena della cucina come un “inizio apparente”, in quanto un altro fattore che rende il film così impattante è il montaggio. L’opera può essere rivista in almeno cinque ordini temporali differenti, tutti con la stessa scena madre (messa sopra). In questo frangente viene raggiunto l’apice, il salvagente ci viene strappato via. Siamo partecipi della storia, non più meri spettatori passivi. Mnemosine in questa scena è a terra, per la prima volta nel film, incapace di rialzarsi, schiacciata dalla realtà. Il protagonista è come un pulcino, che ogni giorno rinasce per la prima volta e viene lasciato in balia del mondo. Anthony è abbastanza consapevole per sapere che quello che sta vivendo è fuori da ogni logica, ma non abbastanza da capire cosa gli sta succedendo.

Quattro pagine di sceneggiatura, che vedono il protagonista chiuso in un loop. La stessa scena ripetuta due volte in cinque minuti di film, scene identiche in tutto se non pochi dettagli. Il protagonista non ha più alcun controllo. Se accettiamo l’idea pirandelliana di mente come universo, quello di Anthony sfugge ad ogni legge naturale regolatrice: il suo è un universo morente, incapace di auto comprendersi e di comprendere gli universi a lui vicini. Il protagonista è spinto in un abisso lovecraftiano, che si trova non altrove, bensì nell’universo stesso. Un buco nero. La demenza è un buco nero in quell’ universo che è la mente umana, spietato e dotato di un beffardo senso dell’umorismo: in grado di alternare a momenti di distruzione a momenti di quiete. Il film è riassunto in questa frase: “You’re going to be all right in a moment”. Anthony è in completa balia del suo cervello, non può fare niente per se stesso, nessuno può fare niente per lui. Si può solo aspettare che la malattia lo porti ad un ricordo piacevole, che vede per l’ennesima prima volta. I

n quella che è l’apparente ultima scena, Mnemosine è morente, il palazzo dei Loci sbriciolato fino alle fondamenta, non rimane nulla di quella che fu la memoria di Anthony. Così si chiude uno dei migliori film del decennio.

Autore: Daniel Rocha Neres, classe 5a A, Liceo scientifico “R. Casimiri”, Gualdo Tadino.

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